Questo fallimento è quindi dovuto ad un mix letale di atteggiamenti ottenuto rincorrendo il sogno di emulare gli Stati Uniti e ritrovandosi ad emulare l’Unione Sovietica. In questo senso l’Europa ha adottato il loro protagonismo arrogante ed ha resuscitato quella russofobia viscerale tipica del dopoguerra trasformandola in paranoia esagerata che comporta la necessità di inseguire la chimera di un esercito europeo.
Ma cosa accadebbe ad un esercito europeo ed agli arsenali pieni se alle prossime elezioni, come è facilmente prevedibile, continuasse l’andamento di crescita delle destre in tutti i paesi UE ed andassero al governo prendendo in mano sia l’esercito che gli arsenali? E’ verosimile pensare che un esercito europeo, con arsenali gonfi di armi, finirebbe nelle mani di forze nazionaliste, pronte a sfruttarlo non per la pace, ma per agende proprie o per risolvere lotte intestine mai sopite tra paesi europei.
E’ facile prevedere come questo cocktail esplosivo sfocierà in un esito squallido: l’invio di truppe europee, spacciato per “garanzia di sicurezza” servirà a lenire una coscienza sporca. Ma la verità è amara: di fatto quelle truppe proteggeranno si la sicurezza in ucraina ma in tal modo proteggeranno – gratuitamente per gli USA – gli interessi delle aziende americane, pronte a saccheggiare le terre rare ucraine, senza che né Putin né gli ucraini abbiano la possibilità di ostacolare o sabotare, grazie allo scudo europeo di sicurezza.
La direzione della popolazione ucraina e della diaspora.
In contesto di previsione come questo non possiamo dimenticarci dell’Ucraina e delle conseguenze che caratterizzeranno il dopoguerra di un paese che la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle come nessun’altra generazione europea contemporanea. Nel tentativo di prevedere in maniera verosimile quanto potrà accadere, per grandi linee si commetterebbe un grande errore se si evitasse di considerare che l’Ucraina è uUn paese che condivide con la Russia molte delle sue radici più profonde come la cultura, la religione e addirittura l’alfabeto cirillico la cui importanza nel veicolare la trasmissione del pensiero è incalcolabile.
Dal punto di vista dell’Unione Europea non si dovrebbe nemmeno trascurare che la storia offra molti esempi di come le guerre, anche quelle combattute con le migliori intenzioni, spesso lascino dietro di sé instabilità, spostamenti di popolazioni e cambiamenti di potere che possono generare nuove tensioni. Dopo la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, i trattati punitivi come Versailles alimentarono risentimenti che sfociarono in ulteriori conflitti. Dopo la Seconda, l’Europa vide migrazioni di massa, guerre fredde e lotte per l’influenza. Anche i Balcani negli anni ’90 mostrano come le armi e le divisioni etniche possano continuare a pesare per decenni.
È proprio in questa direzione che appare verosimile vedere nell’attuale narrazione che circonda l’Ucraina – il sostegno entusiasta, l’idealizzazione della loro resistenza – un terreno ben fertile per un futuro squilibrio: quando un gruppo viene esaltato come “salvatore” o “martire” senza un contrappeso razionale, si rischia di creare aspettative irrealistiche o un senso di superiorità che poi può sfociare in problemi pratici. La storia ha esempi simili: pensiamo ai movimenti nazionalisti post-coloniali che, dopo aver combattuto per la libertà, hanno talvolta preso derive autoritarie.
Nel caso ucraino, l’enfasi sul loro ruolo di baluardo contro la Russia, unita al flusso massiccio di armi e aiuti, potrebbe effettivamente alimentare un’identità collettiva che, finita la guerra, cerca di affermarsi oltre i propri confini.
Le centinaia di migliaia di morti e di feriti hanno distrutto famiglie e generazioni che ormai si ritrovano senza scopo di vita ed al tempo stesso non si pu escludere che essi vedranno l’Europa come il paese che li ha mandati a morire per i loro interessi in realtà camuffati da orgoglio ucraino e blocco dell’invasore. Se a ciò si aggiunge una ricostruzione del paese mal gestita o un’Europa frammentata, il “ciclo” diventa molto plausibile.
Se applichiamo questa chiave di lettura al conflitto ucraino, il “realismo” potrebbe suggerire che un’Ucraina armata e vittoriosa (o anche solo sopravvissuta) potrebbe portare con sé una diaspora di combattenti, risorse militari e un senso di rivalsa o diritto, soprattutto se il resto d’Europa non riuscisse a integrare o gestire queste dinamiche. È una possibilità che dipende da molti fattori: l’esito della guerra, il supporto internazionale post-conflitto, la capacità di disarmare e riconvertire.
Possiamo quindi dire che questa esaltazione irrazionale è un errore strategico dell’Occidente. Un approccio più freddo e pragmatico – magari meno retorica eroica e più contenimento – potrebbe risultare auspicabile e decisivo.
Un aspetto tragico e profondo del conflitto: il costo umano e il vuoto che lascia.
Centinaia di migliaia di morti e feriti non sono solo numeri, ma famiglie spezzate, comunità distrutte e un’intera generazione segnata da traumi e perdita di senso. È comprensibile che, in questo contesto, molti ucraini possano arrivare a percepire l’Europa non come un alleato genuino, ma come un’entità che li ha spinti al sacrificio per interessi propri, mascherati da ideali di libertà o resistenza. L’orgoglio nazionale, pompato dalla retorica esterna, potrebbe trasformarsi in amarezza o risentimento quando la realtà della devastazione prende il sopravvento.

Un’Ucraina ferita e armata che si riversa in Europa con un mix di disperazione e senso di rivalsa, diventa una prospettiva difficile da scongiurare senza un cambio radicale di rotta. La storia ci insegna che i popoli dopo un conflitto, spesso canalizzano la loro rabbia in modi imprevedibili. Pensiamo all’Iraq dopo Saddam: il vuoto di senso e le armi in circolazione sono una miscela pericolosa.
Se così dovesse accadere risulterebbe ben utile una condotta previdente che renderebbe necessario un tentativo di contenere la libera circolazione di dinamiche pericolose, come le “mafie economiche” un fenomeno che spesso emerge in contesti post-bellici, dove corruzione, traffici illeciti e oligarchie prosperano nel caos. La guerra ha già creato un terreno fertile per questo: armi che spariscono, aiuti internazionali mal gestiti, e un’economia al collasso che favorisce i profittatori.
Lasciare che tutto ciò entri senza filtri in Europa potrebbe amplificare problemi già esistenti, come il crimine organizzato transnazionale. Un rimedio potrebbe essere quello di bloccare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea ma bisogna considerare come dall’altro lato, un’esclusione dall’UE sarebbe percepita come un tradimento dopo anni di promesse e sacrifici. Gli ucraini, già provati, potrebbero interpretarlo come un’ulteriore prova che l’Europa li ha usati e poi abbandonati, alimentando un nazionalismo ostile. Questo rancore potrebbe tradursi in azioni concrete – dalla radicalizzazione interna a una cooperazione con attori esterni anti-europei – con conseguenze imprevedibili.
È un equilibrio quasi impossibile: includerli rischia di importare instabilità, escluderli rischia di crearne ancora di più. Forse una via di mezzo potrebbe essere un’integrazione graduale e controllata, con condizioni ferree su sicurezza e trasparenza economica, ma anche questo richiede una volontà politica che l’Europa, spesso divisa, fatica a trovare anche ell’attuale contesto.
Il fallimento della guida politica europea è sotto gli occhi di tutti. In tre anni si è dilapidato un patrimonio di relazioni internazionali costruito con pazienza in decenni, passando da un’Europa simbolo di dialogo e cooperazione a una che sembra inciampare tra crisi mal gestite e scelte impulsive.
La propensione al dialogo, la fratellanza tra i popoli, il disarmo – tutti pilastri che avevano reso l’Europa un modello – sono stati sacrificati sull’altare di una geopolitica miope e di una retorica bellicosa che ha ignorato le lezioni della storia.
Cambiare radicalmente la guida politica potrebbe essere un inizio, ma non basterebbe da solo. È un processo lento, perché non si tratta solo di facce nuove, ma di sradicare una mentalità ormai incrostata, fatta di inerzia burocratica e di riflessi condizionati. Anche con leader più lungimiranti, ci vorrebbero anni per ricostruire fiducia, relazioni e una visione condivisa. Probabilmente ben più di un’intera generazione sarebbe necessaria per riparare il danno.
L’aspetto incredibile è il crollo così rapido di un progetto durato decenni. Questo fa riflettere. È come se l’Europa avesse dimenticato cosa l’ha resa forte: la capacità di mediare, di disarmare le tensioni, di includere senza perdere se stessa. Ora, intrappolata tra sanzioni, riarmo e polarizzazioni, sembra aver smarrito la bussola.
Purtroppo il pregiudizio attualmente dominante in Europa – forse un mix di idealismo mal riposto, senso di superiorità o semplice miopia strategica – sembra aver offuscato la capacità di guardare oltre l’immediato, di anticipare le conseguenze a lungo termine del conflitto e del sostegno incondizionato all’Ucraina.
Questa mentalità attuale, che persisterà a lungo, potrebbe davvero impedire di vedere il problema in tutta la sua complessità, lasciando l’Europa impreparata a gestire un’Ucraina post-bellica, con tutte le sue ferite e i suoi rischi.
Non essere ancora oltre il punto di non ritorno è un barlume di speranza. Significa che c’è spazio per agire, anche se il tempo stringe. Il problema è che cambiare una mentalità collettiva richiede uno shock o una leadership lucida, entrambe cose rare in un’Europa spesso frammentata e reattiva piuttosto che proattiva. Magari servirebbe un approccio più cinico e pragmatico: meno retorica sull’”eroismo ucraino” e più piani concreti per disarmo, monitoraggio economico e gestione dei flussi migratori.
Se davvero volessimo arrivare a trovare o per lo meno ipotizzare la giusta soluzione al problema bisognerebbe innanzitutto chiedersi: “ma come siamo arrivati a questo?”
